Dai rifiuti alla passerella: gli stilisti keniani trasformano gli abiti usati in opere d’arte

Moda sostenibile in Kenya

In un vicolo polveroso del mercato di Gikomba, nel cuore di Nairobi, le modelle camminano su una passerella improvvisata tra bancarelle di lamiere e pile di vestiti usati. Indossano abiti riciclati nati dai rifiuti: denim scartati, pelle di seconda mano, scarti industriali. È la Gikomba Runway Edition, un evento che trasforma la spazzatura in spettacolo e restituisce dignità ai tessuti abbandonati.

Tra la folla, un commerciante sorride:

“Cosa? Hanno migliorato i nostri vestiti!”, esclama, incredulo davanti alla creatività che nasce dal rifiuto.

Da dove arrivano tutti questi abiti usati?

Ogni anno, migliaia di tonnellate di vestiti di seconda mano provenienti da Europa e Stati Uniti sbarcano nei porti africani.
Nel 2023, secondo uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT), il Kenya è diventato il principale importatore di abiti usati del continente, superando la Nigeria.

Si stima che il paese abbia importato 197.000 tonnellate di vestiti per un valore di 298 milioni di dollari. La maggior parte finisce nel mercato di Gikomba, un labirinto di cinque acri che è insieme discarica e miniera di opportunità, dove centinaia di commercianti vivono del commercio di capi di seconda mano.

Quando la moda diventa un gesto ambientale

Per molti designer, queste montagne di tessuti rappresentano una nuova frontiera creativa.
Tra loro c’è Morgan Azedy, venticinquenne stilista specializzato in upcycling, che vive in una stanza alla periferia di Nairobi e confeziona capi visionari con ciò che altri scartano.

“Vedo sempre l’ambiente intorno a me pieno di rifiuti. Volevo fare qualcosa per controllare l’inquinamento”, racconta all’AFP.

La sua collezione, intitolata “Kenyan Raw”, combina streetwear e gotico, realizzata interamente con pelle e tessuti riciclati. In passerella, un paio di jeans oversize si trasforma in una giacca a strati, abbinata a pantaloni a zampa e scarpe con la zeppa.

Questa ricerca di unicità gli è già valsa un posto alla Berlin Fashion Week, e oggi Azedy sogna di sfilare a New York e Parigi con le sue “creazioni nate dai rifiuti”.

Il prezzo nascosto della fast fashion

Secondo il network Environment for Development, circa un terzo dei vestiti importati in Kenya è inutilizzabile.
Molti capi sono composti da materiali sintetici come nylon e poliestere, difficili da smaltire e non biodegradabili.
Il risultato: intere colline di scarti tessili che finiscono nelle discariche o nei corsi d’acqua, aggravando l’inquinamento urbano.

La stilista Olwande Akoth, che alla sfilata ha presentato i suoi kimono riciclati, racconta:

“È solo spazzatura… vestiti che non puoi nemmeno indossare, che non daresti nemmeno a un mendicante.”

Prima di diventare designer, Akoth commerciava balle di abiti di seconda mano. Oggi, invece, trasforma quei fallimenti industriali in pezzi unici, dimostrando che la moda può essere anche atto politico e ambientale.

Il paradosso economico: lavoro o dipendenza?

Il commercio di abiti usati ha dato lavoro a centinaia di migliaia di persone in Africa orientale, dai portuali ai commercianti, garantendo vestiti a basso costo a milioni di famiglie.
Ma ha anche soffocato l’industria tessile locale, incapace di competere con la valanga di capi occidentali venduti a pochi centesimi.

Nel 2016, la Comunità dell’Africa Orientale aveva tentato di vietare l’importazione di abiti usati, per rilanciare la produzione interna. Tuttavia, le pressioni dei lobbisti statunitensi del riciclo e le minacce commerciali di Washington hanno costretto i governi di Kenya, Tanzania e Uganda a fare marcia indietro.

Solo il Ruanda ha mantenuto il divieto, subendo in cambio l’espulsione dai benefici del programma AGOA (African Growth and Opportunity Act), che garantiva l’accesso esente da dazi al mercato americano.

Dalla discarica alla ribalta internazionale

Oggi, la sfida dei designer kenioti è trasformare un problema ambientale in un’opportunità culturale.
Per Morgan Azedy, le balle di vestiti scartati non sono più il simbolo del fallimento della globalizzazione, ma una miniera d’oro creativa.

“Comprare nuovi tessuti è troppo costoso. Ma qui trovo tutto ciò che mi serve — e ogni pezzo ha già una storia da raccontare.”

La Gikomba Runway Edition è solo l’inizio di un movimento più ampio che unisce moda, sostenibilità e identità africana.
Questi giovani creativi non stanno solo reinventando gli scarti, ma riprogrammando il significato stesso di lusso: non più quantità, ma unicità, coraggio e memoria.

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