Cosa si nasconde davvero dietro la scritta “100% vegan” e come riconoscere il greenwashing
🛍 Etichette “vegan”: cosa significano davvero?
Negli ultimi anni, il termine “vegan” è diventato onnipresente anche nella moda.
Giacche, borse, scarpe: tutto è etichettato come “100% vegan”. Ma vegan non è sinonimo automatico di sostenibile.
Molti prodotti “vegani” sono realizzati in realtà con plastica o derivati sintetici come il poliuretano o il poliestere riciclato, che pur evitando materiali animali, possono avere un impatto ambientale pesante.
🧪 Pelle vegana = plastica?
Spesso sì.
Un esempio classico: una borsa definita “vegan” composta da 56% poliestere riciclato e 44% poliuretano.
Nessuna traccia di materiale naturale o biodegradabile. E il ciclo di vita del prodotto? Lunghissimo in discarica, inquinante in mare.
In alcuni casi, una pelle conciata vegetale, sottoprodotto dell’industria alimentare, può risultare più sostenibile rispetto a una finta pelle sintetica.
🌱 I materiali innovativi: davvero migliori?
Alternative come:
- pelle di cactus,
- mycelium (funghi),
- fibre da alghe o bambù,
sembrano promettenti, ma spesso vengono miscelate con plastica per resistenza o durabilità. E le etichette non lo dicono chiaramente.
Esempio: una borsa in “Banbū” (bambù) senza dettagli tecnici può comunque contenere fibre sintetiche nascoste.
⚠ Il problema del greenwashing
Molti brand sfruttano la parola “vegan” come leva di marketing per apparire etici e sostenibili, senza esserlo realmente.
È il fenomeno del greenwashing: comunicazione verde che maschera pratiche discutibili.
Tra gli esempi più comuni:
- assenza di dettagli sulla composizione dei materiali,
- uso di claim vaghi come “100% biodegradabile” senza spiegare in quali condizioni,
- messaggi emotivi senza basi scientifiche.
🛠 Come difendersi dal greenwashing nella moda vegana?
5 consigli pratici per scegliere con testa (e stile)
1. Non fermarti alla parola “vegan”
🔍 Leggi sempre l’etichetta. Se trovi “poliuretano” o “poliestere” e basta… sei davanti a plastica, non a sostenibilità. Niente composizione? Niente fiducia.
2. Cerca certificazioni serie
✔ Non tutti i bollini sono uguali. I più affidabili:
- GOTS (per il biologico)
- GRS (per il riciclato)
- Cradle to Cradle (per l’intero ciclo di vita)
3. Pensa al “dopo”
♻ Un capo è davvero sostenibile se dura, si ripara o si ricicla facilmente. Una maglietta vegan che si disfa in due lavaggi… non è un successo.
4. Pretendi trasparenza
📖 I brand etici raccontano tutto: da dove viene il materiale, come viene lavorato, cosa non ha funzionato. Se è solo storytelling, meglio passare oltre.
5. Diffida delle promesse vaghe
⚠ “100% biodegradabile”? Forse, ma solo in un impianto specializzato a 60°C. Non in giardino. Se la frase suona bene ma non spiega nulla, fai domande.


